La strada

La strada

di McCarthy Cormac

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Contenuto

Un uomo e un bambino, padre e figlio, senza nome. Spingono un carrello, pieno del poco che è rimasto, lungo una strada americana. La fine del viaggio è invisibile. Circa dieci anni prima il mondo è stato distrutto da un'apocalisse nucleare che lo ha trasformato in un luogo buio, freddo, senza vita, abitato da bande di disperati e predoni. Non c'è storia e non c'è futuro. Mentre i due cercano invano più calore spostandosi verso sud, il padre racconta la propria vita al figlio. Ricorda la moglie (che decise di suicidarsi piuttosto che cadere vittima degli orrori successivi all'olocausto nucleare) e la nascita del bambino, avvenuta proprio durante la guerra. Tutti i loro averi sono nel carrello, il cibo è poco e devono periodicamente avventurarsi tra le macerie a cercare qualcosa da mangiare. Visitano la casa d'infanzia del padre ed esplorano un supermarket abbandonato in cui il figlio beve per la prima volta un lattina di cola. Quando incrociano una carovana di predoni l'uomo è costretto a ucciderne uno che aveva attentato alla vita del bambino. Dopo molte tribolazioni arrivano al mare; ma è ormai una distesa d'acqua grigia, senza neppure l'odore salmastro, e la temperatura non è affatto più mite. Raccolgono qualche oggetto da una nave abbandonata e continuano il viaggio verso sud, verso una salvezza possibile...

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4.0 Un inno alla vita, nonostante tutto, 27-08-2010
di D. Burzigotti - leggi tutti i suoi commenti

«Uno scenario apocalittico. Un uomo e un bambino alla ricerca di un improbabile futuro. McCarthy ci propone un "cerchio della vita" senza retorica, terribile come solo la vita sa essere ma autentico come solo gli uomini sanno renderlo. Un poetico e struggente inno alla vita, nonostante tutto. »

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4.0 molto grigio, 24-08-2010
di C. Salvalaggio - leggi tutti i suoi commenti

«Non è stato facile finirlo a causa della pesantezza della cenere, spesso mi mancava l'aria e allora mi fermavo...spesso ho pensato anche di mollarlo per delle scene molto crude...è il racconto plausibile di una fine del mondo che non finisce, forse, solo grazie al padre e al figlio che portano il fuoco.
E' struggente, ansiogeno e claustrofobico nonostante non ci siano pareti.
L'autore è bravissimo a rendere con il suo stile il grigiore...
»

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5.0 Disperato e bellissimo, 12-07-2010, ritenuta utile da 2 utenti su 2
di P. Serraglini - leggi tutti i suoi commenti

«Molto si è detto e scritto di questa opera anche in occasione dell'uscita del film che da essa è stato tratto. La si è giudicata “bella ma deprimente”, quasi invitando il lettore a rivolgersi a temi più sereni e a rimandare il confronto con realtà che stanno appena dietro qualche angolo. In effetti il romanzo di McCarthy non è affatto deprimente, ma è disperato, e di una disperazione fredda e impressionantemente realistica (fino ad essere talvolta agghiacciante) nella descrizione di un mondo “post”. In questo mondo i superstiti vagano senza quasi più la memoria del prima e dell'evento che ha distrutto l'umanità e non solo quella: qui non importa più post-cosa si esista, ma importa solo decidere se in questo dopo valga la pena di continuare in qualche modo a vivere, ad avere principi, ad “essere i buoni”, oppure convenga abbandonarsi all'annullamento fisico e morale. I protagonisti del romanzo, “un uomo” e “un bambino”, padre e figlio, la scelta l'hanno fatta, e quella scelta li guiderà per tutta “La strada”, in un bellissimo rapporto, in cui il padre, nonostante tutto, non dimentica di fare il padre, e il figlio fa tesoro dei principi appresi dal padre, fino ad essere lui a ricordarli al genitore quando teme che questo possa allontanarsene. Tutto con i dialoghi essenziali e discreti che sono tipici del rapporto tra padre e figlio, in qualunque situazione, in qualunque parte del mondo. Un bellissimo romanzo, consigliato soprattutto ai padri ed ai figli.»

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5.0 Capolavoro, 12-07-2010, ritenuta utile da 1 utente su 1
di G. Broggini - leggi tutti i suoi commenti

«Capolavoro di McCarthy. Libro che ti scava nell'anima, uno scrittore che merita il Nobel.»

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4.0 Gran bel libro, 02-07-2010
di G. Aiello - leggi tutti i suoi commenti

«Avevo deciso di leggere questo libro tanto tempo fa....ma poi non l'ho comprato. Dopo averlo letto (con un inizio un po così) si è rivelato un gran bel libro. Entusiasmante, con un finale abbastanza prevedibile.»

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3.0 la morte come unica verità, 24-03-2009, ritenuta utile da 3 utenti su 3
di M. Casali - leggi tutti i suoi commenti

«Premessa: non è il miglior libro di McCarthy. Letto d'un fiato, 218 pagine costituiscono un piccolo balzello per lettori che si vogliano definire tali, non sono riuscito ad entrare questa volta con la stessa empatia e partecipazione degli altri libri dello scrittore americano dentro una storia dai contorni e aspetti controversi. Ho sempre nutrito grande aspettative per questo autore e fino ad oggi sono state sempre ripagate con gli interessi. Ad ogni libro finito non potevo non affernare: ''questo è meglio del precedente'', fino quasi ad una esaltazione mistica nell'attesa impaziente del romanzo successivo.

Lo so, mai abbandonarsi all'idolatria, all'idealizzare una persona reputandola al di sopra di ogni critica negativa, scevra di difetti o incapace di incorrere in errore. Ed è successo, quel castello di sabbia che mi ero costruito in anni di spasmodiche letture, è mestamente crollato alla prima mareggiata autunnale di questo 2007. Intendiamoci, rimane sempre una lettura interessante e piacevole, ma è un passo indietro rispetto ai precedenti manufatti.

La storia: un uomo, un bambino, nessun nome, nessuna identità in un viaggio antropologico dentro ad un pianeta terrestre in avanzato stato di decomposizione e desolazione. Spazio, tempo e luoghi sono coordinate misteriose e irrilevanti per un percorso che come dato certo ha solo lo spostamento dei due protagonisti verso sud, alla ricerca di una costa affacciata sul mare in grado di garantirgli maggiore conforto climatico e ambientale. Un carrello di un supermercato, oggetto postmoderno in un contesto apocalittico, trascinato sempre dal padre, che detiene basilari beni di consumo (cibo, coperte, abbigliamento), è il mezzo attraverso il quale si scopre un territorio lunare caratterizzato da cenere, pioggia, cadaveri sparsi in mezzo alla strada e in case diroccate.

Il celebre autore della trilogia della frontiera (Cavalli selvaggi, Oltre il confine, Città della pianura) continua a rimarcare con il solito stile scarno ed essenziale, la sua radice culturale di un determinismo amorale che da sempre giustifica i suoi scritti. Tutto accade, comprese le conoscenze e le azioni umane, ed è determinato in modo causale da un catena ininterrotta di eventi avvenuti in precedenza. Che il libero arbitrio è pura illusione, e che tutto quel che accadrà nel futuro è predeterminato dalle condizioni iniziali. Nel XVII secolo, la filosofia del deismo, proponeva come concezione filosofica un Dio metafisico che dopo aver creato il processo della creazione, non ha più influito sugli eventi successivi determinati dalla catena causa-effetto.

Questo è l'archetipo su cui poggia l'intero libro, che ci pone già all'interno di un destino deciso e dai contorni segnati dall'unica verità e certezza data all' essere umano: la morte. Nel rapporto dialogico tra padre e figlio mentre tutto intorno a loro non ha più senso, rimane sullo sfondo la disperata spinta inerziale del cammino, dell'andare avanti comunque, per assecondare inconsciamente l'istinto di sopravvivenza che è l'unico vincolo dal quale non possono liberarsi. In questa frase c'è tutto il libro: ''Erano poche le notti in cui, sdraiato nel buio, non provava invidia per i morti''.
»

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