Sempre meglio che lavorare. Il mestiere del giornalista

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di Michele Brambilla

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Contenuto

Alcuni dei peggiori lavativi del mondo sono giornalisti: dal genio incompreso allo specialista della pausa-caffè, dall'inviato specializzato nelle creste sulle note spese, al freelance sempre in viaggio verso mete esotiche per scoop immaginari, per non dire delle partite a poker in redazione e delle riunioni sindacali per decidere la partita di calcio fra scapoli e ammogliati. Attraverso aneddoti, episodi e curiosità, Brambilla guida il lettore nelle redazioni dei grandi quotidiani italiani per scoprire come si vive dietro le quinte del palcoscenico dell'informazione, fino a comporre un identikit divertente e irriverente del giornalista. Senza dimenticare, con un po' di nostalgia, i ritratti dei grandi personaggi del passato "visti da vicino", da Montanelli a Luca Goldoni, da Buzzati a Biagi, da Terzani alla Fallaci, e raccontando i vezzi dei protagonisti del presente, da Mieli a De Bortoli, da Belpietro a Feltri. Un racconto su come vive un giornalista e su come si vive nei giornali per sorridere di un mestieraccio, che però conserva un fascino ineguagliabile.

Dettagli del prodotto

  • Titolo: Sempre meglio che lavorare. Il mestiere del giornalista
  • Autore: Michele Brambilla
  • Editore: Piemme
  • Data di Pubblicazione: 2008
  • ISBN: 9788838488719
  • Dettagli: p. 218
  • Reparto: Economia

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1.0Deludente e costoso, 24-01-2009
di A. Laforgia - leggi tutti i suoi commenti

«Un raccontino scialbo sulla vita redazionale, composto da capitoletti noiosi. Nel complesso mediocre: vuoto, piatto, stucchevole. Ingannano le prime pagine, in cui si ha veramente l'impressione che l'autore descriva il proprio mestiere. Ma subito ci si accorge che a Brambilla piace andare fuori tema in maniera esageratamente dispersiva. L'interesse del lettore si desta un attimo con le citazione di Montanelli e Biagi per poi ricadere in stato comatoso. Nulla di particolarmente interessante: agiografia barbosa dei vari direttori di giornale; lodi sperticate a chiunque si sia incontrato sul cammino; apologia della "mala" di un tempo (che riempiva la nera sì di ammazzamenti, ma fatti con classe e rispettando un "codice d'onore"). Patetico, poi, l'accostamento del giornalista ai redattori dei testi sacri, così come l'elogio di un bigottismo linguistico di altri tempi, confuso per rimpianta austerità morale. Ma due sono gli aspetti che mi hanno colpito negativamente: la concezione di fedeltà alla verità e l'imprescindibilità dal colore politico dell'editore. Riguardo la prima, l'autore espone la bizzarra idea che la verità non vada raccontata perché il fatto DEVE (se non altro per deontologia professionale) arrivare dritto e "sano" a chi legge, ma perché la pena, nel non farlo, è essere sbugiardati dai giornali "avversari . Ancor più sconcertante è l'idea di non poter godere di una piena indipendenza rispetto all'aderenza politica del "padrone". Che sia così nella realtà e che i giornali, in genere, si tengano fedeli al credo di chi caccia i soldi, è un conto; che DEBBA essere così, è un altro paio di maniche. Non per niente, Indro Montanelli (cui l'appellativo di "grande", che nel libro è regalato un po' a chiunque, va tutto), con la scesa in campo di Berlusconi - e alle prime avvisaglie di controllo dall'alto - lasciò Il Giornale. In sostanza, il libro è deludente e oltremodo costoso.»

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