Voglio la testa di Garcia

Regia di Sam Peckinpah

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Un milionario corrotto paga il proprietario di un bar per far uccidere l'uomo che è andato a letto con la propria figlia. Il ragazzo è già morto, così il sicario prende la sua testa, ma anche altri uomini che lo dovevano uccidere la cercano.

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3.0 Oates e Peckinpah

Messico. Benny (Oates) , pianista fallito, sogna il colpo della vita dopo che un ricco messicano offre un milione di pesos a chi gli porterà la testa dell'uomo che gli ha messo incinta la figlia. Ma Alfredo Garcia è morto.
Storia di morte e autodistruzione.

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5.0 Soliloqui col morto

Nel 1973 Sam Peckinpah (1925 – 1984) comincia ad avere un’idea chiara di quello che sarà il suo futuro professionale: il carattere iroso, aggravato dalla propensione agli abusi di sostanze intossicanti, e l’ottusità dei produttori gli rendono sempre più difficile fare film; il pubblico, d’altra parte, diserta le suoi opere più personali e sentite. Decide quindi di mettere in piedi una produzione indipendente per girare un film a basso costo ambientato in Messico. Tratto da un soggetto originale di Frank Kowalski, Voglio la testa di Garcia (Bring Me the Head of Alfredo Garcia) dev’essere una pellicola girata senza sentirsi sul collo il fiato dei produttori e in condizioni ottimali sotto ogni punto di vista. Intanto può girare in Messico, paese che adora, poi ha come protagonista Warren Otis che oltre a essere una presenza costante nei suoi film, è anche un amico compagno di sbornie. Ma è la libertà di dire ciò che vuole a entusiasmarlo. Ne deriva un film aspro, sgradevole e bellissimo. La figlia di un potente del Messico odierno resta incinta e il padre violento offre un milione di dollari a chi gli porterà la resta del responsabile dell’affronto, Alfredo Garcia. Si mobilitano due killer, ma senza esito. Il fatto è che nel frattempo Garcia è morto in un incidente. Lo sa un americano impantanato in Messico, dove campa suonando il piano in un bar, che decide di disseppellire il cadavere, tagliargli la testa e incassare il premio. Ne conseguirà una catena di violenze dalla quale nessuno sfuggirà. Il pessimismo antropologico, la denuncia dell’ingiustizia sociale, il disincanto col quale il protagonista, lurido e alla fine folle viene descritto (memorabili i suoi dialoghi con la testa custodita in un sacco macchiato cosparso di mosche) non potevano piacere né al pubblico né alla critica Usa e Peckinpah registrò l’ennesimo fiasco. Purtroppo il film non fu capito nemmeno in Europa. La lucida disperazione del regista andava troppo oltre i limiti dei benpensanti. Per fortuna, il tempo ha reso giustizia a questo capolavoro.

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