Kapò

Regia di Gillo Pontecorvo

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Una ragazzina ebrea quattordicenne, è deportata con la famiglia in un campo di concentramento nazista. Qui impara a sopravvivere prima servendo la custode della sua baracca, poi diventando essa stessa una cinica custode, odiata dagli altri deportati.

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5.0 Cinema da riscoprire

Una ragazzina ebrea viene deportata in un campo di concentramento nazista. Assalita dalla fame cronica, arriva a prostituirsi pur di sopravvivere, fino a rinnegare sé stessa, le sue origini e, soprattutto, il legame con le altre deportate, e a decidere di collaborare con i suoi carcerieri. Poi l'amore di un altro prigioniero la farà tornare sui suoi passi ponendo fine a questo lento processo di annullamento di sé. L'atmosfera che si respira è struggente, tanto che, dopo averlo visto, si rimane a pensare al film (ma in particolare al finale) , per un intero pomeriggio.

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2.0 Kapò: il primo passo verso il ricordo

Questo film ha come merito quello di aver dato inizio, per il cinema, al tema del ricordo e della consapevolezza della Shoah. Per quanto possa sembrare strano, i casi come quello di Primo Levi con "Se questo è un uomo" erano casi rari: si voleva dimenticare, non ricordare.
Pontecorvo, quindi, dà voce alla Shoah e lo fa rendendo i suoi personaggi degli emblemi, delle personificazioni di ideologie e idee più che umani, di carne e sangue.
Edith è la ragazza ebrea;
Sacha è il russo;
Karl è il nazista;
e così via.
Pontecorvo negli anni Sessanta inaugura un filone e anche se questa pellicola, a mio parere, non è delle migliori non se ne può fare una colpa al regista: erano altri tempi e ancora molto c'era da sapere. Quindi, seppur con qualche imperfezione storica e un po' di rigidità dei sentimenti (grandi assenti in favore delle ideologie suddette), il film è un punto di partenza per iniziare a ricordare.
Lo consiglierei sicuramente per avere un'idea di quanto la strada verso la consapevolezza della Shoah sia stata lunga e tortuosa, anche per il cinema e i grandi registi.

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