L' età barbarica

Regia di Denys Arcand

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Jean Marc è un impiegato ministeriale del Quebec impegnato presso l'Ufficio dei reclami. Sua moglie è un'agente immobiliare in costante ascesa professionale. Le sue due figlie vivono in un mondo fatto di video e di musica e non comunicano con lui. Non gli resta che sognare. Sognare di avere solo per sé una donna bellissima oppure di essere un noto scrittore e intellettuale sempre in grado di trovare un'ammiratrice che straveda per lui o un cavaliere dall'armatura scintillante. L'equilibrio tra sogni e realtà sembra in qualche modo far funzionare la vita di Jean Marc rendendola malinconica ma accettabile. Finché un giorno, dopo che la moglie si è trasferita a Toronto, incontra a uno speed date una donna che fa divenire realtà il sogno, una donna che vuole essere una dama medievale.

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Voto medio del prodotto:  4.0 (4 di 5 su 2 recensioni)

4.0 L'età barbarica

Dissacrante e ironico film che ci invita a riflettere sullo stile di vita di una società ormai basato sul materialismo e l'apparenza. Denys Arcand dopo Le invasioni barbariche si cala nei panni di un frustrato e malinconico impiegato comunale canadese che preferisce nascondersi dietro le sue fantasie che affrontare la realtà.

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4.0 Profondo

L'agrodolce ritratto di una vita qualunque di Arcand mescola momenti di assoluto lirismo a tratti di rassegnata malinconia. Non mancano però scene divertenti soprattutto in occasione dei sogni di Jean-Marc. Questi si susseguono continuamente nella prima parte e nella parte finale, mentre risparmiano il protagonista nella fase in cui frequenta la strana donna, segno che l'onirico desiderio di un'esistenza diversa era sotto i suoi occhi, alla sua portata. Eppure si fa sfuggire tutto per una fretta che non gli appartiene (se non nei suoi passionalissimi sogni con la giornalista). Metafore e coincidenze si susseguono in un continuo gioco di rimandi. Il mondo del medioevo, probabile ripudio della modernità rappresentata dal suo ufficio, collocato in un surreale contesto sportivo (un enorme stadio). Il lavoro fonte di alienazione e frustrazione per le vessazioni dei superiori. Contrariamente a quello che rappresenta per sua moglie, che vive per il lavoro. Un concetto di fondo che ricorda per certi versi Musil e (soprattutto nell'emblematico finale) Voltaire (Jean-Marc trova la sua pace sbucciando con zelo una mela e davanti a sè ne ha un cesto colmo).

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